Limiti alla giurisdizione di legittimità del giudice amministrativo secondo l’avv. Prof. Stefano VInti

Una recente sentenza della Corte di Cassazione si è pronunciata in relazione ai confini esterni alla giurisdizione di legittimità del giudice amministrativo.

La pronuncia della Suprema Corte aveva ad oggetto la sentenza del Consiglio di Stato, Sez. V, 20 settembre 2018, n. 5753. Tale pronuncia accoglieva l’appello avanzato dell’impresa Pizzarotti & Co. S.p.a., difesa ed assistita dall’Avv. Prof. Stefano Vinti. Quest’ultima contestava la assoluta inidonietà delle misure di dissociazione poste in essere dalla società aggiudicataria nei confronti delle condotte penalmente rilevanti (nella fattispecie false fatturazioni) poste in essere dall’allora Presidente del CDA, nonché Direttore tecnico della stessa società.

Il Consiglio di Stato è il massimo organo giurisdizionale nel processo amministrativo. Quest’ultimo ha sede in Roma, ed esprime il secondo ed ultimo grado di giudizio. É l’organo deputato a verificare la legittimità, la correttezza e in taluni casi anche l’opportunità, degli atti amministrativi adottati dalle Amministrazioni centrali e locali, ovvero dei soggetti privati ad esse equiparati, su iniziativa del soggetto leso dal provvedimento amministrativo.

La sentenza del Consiglio di Stato de qua concerneva una procedura ad evidenza pubblica indetta dal Commissario Straordinario del Governo per le Infrastrutture Carcerarie, ai fini dell’affidamento congiunto della progettazione definitiva ed esecutiva, nonché l’esecuzione dei lavori che avevano per oggetto la realizzazione di un nuovo istituto penitenziario.

Il ricorso dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, promosso ex art. 111 Cost., 362 c.p.c. e art. 110 c.p.a., contestava la pronuncia del Consiglio di Stato sopra citata.

Come detto, i giudici di Palazzo Spada avevano accolto la tesi promossa dall’Avv. Prof. Stefano Vinti nell’interesse dell’impresa Pizzarotti & C. S.p.a. In particolare, secondo la tesi di parte ricorrente, la società aggiudicataria non aveva dimostrato di aver messo in pratica atti di “completa ed effettiva dissociazione della condotta” penalmente rilevante del proprio amministratore, in violazione del disposto di cui all’art.  38 del d.lgs. 163 del 2006.

Afferma, infatti, il Consiglio di Stato “anche a seguito del passaggio in giudicato della richiamata sentenza di patteggiamento  il Consorzio non abbia avviato nei confronti del Presidente l’azione di responsabilità sociale ai sensi dell’art. 2392 del cod. civ., né abbia riassunto in sede civile l’azione divenuta inammissibile nell’ambito del giudizio penale, rimanendo pertanto confermato che, al di là di apparenti forme, i suindicati elementi depongono invero nel senso dell’insussistenza di una genuina volontà di prendere le distanze dalla condotta del Presidente e di perseguire in modo coerente le condotte illecite”.

La società soccombente nel giudizio amministrativo di secondo grado proponeva ricorso per Cassazione, ai sensi dell’art. 110 c.p.a e 362 c.p.c.

Quest’ultima poneva alla base della propria azione l’eccesso di potere giurisdizionale in cui sarebbe incorso il giudice amministrativo, il quale, secondo la società ricorrente, si sarebbe illegittimamente sostituito alla Stazione appaltante nel compimento di un’attività di valutazione riservata a quest’ultima, travalicando, dunque, i confini esterni della propria giurisdizione.

La ricorrente sosteneva che i giudici di Palazzo Spada avrebbero compiuto valutazioni di merito in ordine alla rilevanza o meno delle misure di dissociazione, ai sensi della normativa al tempo dei fatti in vigore, poste in essere dalla società ricorrente nei confronti della condotta dell’allora Presidente del CDA della stessa, le quali spetterebbero in via esclusiva alla sola Stazione appaltante.

La Suprema Corte ha chiaramente mostrato di non aderire a tale tesi, dichiarando il ricorso della società inammissibile.

Secondo gli Ermellini, la pronuncia del Consiglio di Stato – ex art 122 del c.p.a – non integra l’eccesso di potere giurisdizionale dal momento che il sindacato posto in essere dai giudici di Palazzo Spada è rimasto nei limiti del riscontro di legittimità del provvedimento impugnato.

L’eccesso di potere giurisdizione denunziabile, ai sensi dell’art 111, ult. co., Cost, si configura solo laddove l’organo giurisdizionale, lungi dal limitarsi ad un mero riscontro di legittimità del provvedimento impugnato, valuti la convenienza e l’opportunità dei provvedimenti sostituendosi indebitamente alla P.A.

Così anche la Corte di Cassazione ha condiviso il giudizio del Consiglio di Stato, non avendo ravvisato nell’operato del giudice amministrativo nessun travalicamento della propria giurisdizione e quindi, nessuna violazione dl disposto normativo sopracitato.

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